Hashtag e aziende, un trend da cavalcare

Esiste, nel nostro quotidiano, una specie di realtà parallela che ci ha conquistati e ci coinvolge molto più di quanto riusciamo concretamente a realizzare: è il mondo degli #hashtag. L’idea di dare una dignità ad uno dei tasti più bistrattati sulla tastiera del telefono/computer, risale al 2007 e si deve a un certo Chris Messina, che sul suo sito si definisce designer, thinker, writer, Twitterer, and product hunter e altri non è che un ex UX designer Google, riuscito a pieno nel suo compito di allora: migliorare la user experience per il tracciamento dei contenuti su Twitter.

L’utilizzo degli hashtag permette la creazione di categorie dove riunire contenuti e persone attorno ad una precisa discussione, offrendo l’irrinunciabile opportunità di interagire con utenti interessati all’argomento. Seppur, come già accennato, gli hashtag fanno parte del quotidiano (pensate all’ultima gara di campionato MotoGp e a quante volte vi è capitato di leggere #IoStoConVale), il loro potenziale è altissimo anche in ambito business, in particolare per la costruzione di campagne marketing di successo o per sponsorizzare particolari eventi. Vi dico solo che l’inserimento degli hashtag giusti al posto giusto, in un’immagine fotografica condivisa su Instagram può aumentare le interazioni fino ad una percentuale che si aggira approssimativamente attorno al 300%.

Ecco qualche esempio delle ultimissime campagne realizzate dalle aziende, o dalle quali le aziende hanno saputo avvantaggiarsi:

Lo storico pastificio Rummo è stato duramente colpito da un violento nubifragio abbattutosi sul beneventano nella notte tra il 14 e il 15 ottobre. Tra macchinari inutilizzabili e la disperazione dei lavoratori e più in generale, degli abitanti della zona è scattata una gara di solidarietà, che ha visto coinvolte personalità celebri e non, in una campagna che invitava ad acquistare un pacco di pasta e a postare uno scatto con l’hashtag #SaveRummo. Quando un’iniziativa diventa tanto virale, come in questo caso, le polemiche sono un doveroso pegno da pagare: in molti si sono interrogati sull’utilità di far “sparire dai supermercati”le scorte di pasta Rummo, già pagate all’azienda dalla GDO, a fronte di una difficoltà di produzione e distribuzione. Certo è che la brand awareness aziendale ne ha indubbiamente giovato e gli effettivi risultati di questa campagna “sociale” si potranno vedere già a partire dai prossimi giorni. A un mese di distanza dallo sfortunato evento, l’azienda campana sta riprendendo a pieno la sua attività: è di ieri la notizia che la pasta Rummo verrà servita in buona parte delle mense scolastiche italiane.

#ImAstory è la fortunata iniziativa social di Intimissimi, un astuto social casting lanciato su Instagram dal 18 Giugno al 15 Luglio per il reclutamento delle nuove interpreti della campagna pubblicitaria che potete vedere realizzata, in questo periodo, sui principali media. L’idea di base è roba trita e ritrita: far parlare, mettere al centro le “donne normali”a discapito di modelle professioniste. All’ufficio marketing di Calzedonia (l’azienda proprietaria, tra gli altri, del brand Intimissimi) va riconosciuta la lungimiranza nell’aver utilizzato Instagram come strumento di social recruiting.

Avranno preso spunto? Probabilmente sì. Fatto sta che, a partire da questa estate anche il brand Dolce e Gabbana ha lanciato su Instagram l’hashtag #DGwomenlovesmakeup per assoldare tutte le donne che rientrano nella celeberrima categoria delle “normali”e che adorano il make-up proposto dalla casa di moda. Iniziativa nata come “tributo speciale alla bellezza di tutte le donne del mondo” mette in palio, per le aspiranti testimonial, la possibilità, ogni 15 giorni, di diventare volto della linea della maison, vedendo la propria immagine condivisa dai profili social dei due stilisti proprietari del brand. La prima tra le prescelte è stata una certa Daria Konovalova, miss Russia 2010 (del resto è il brand che seleziona…) tutto ciò non ha però intimorito o abbattuto migliaia di “comuni” (donne e non solo…) che quotidianamente postano loro selfie abbelliti da rossetti/rimmel/eyelyner o fard dell’azienda milanese.

Quello tra fashion e social è un binomio consolidato e performante. Se all’accoppiata aggiungiamo poi l’arte ecco che la realizzazione e condivisione di contenuti di valore è servita. Questa, in sostanza, la ricetta dell’iniziativa voluta da Alessandro Michele, direttore creativo del marchio Gucci, che con l’ideazione dell’hashtag #GucciGram ha radunato, in una sorta di catalogo virtuale, artisti attivi in vari ambiti (illustrazione, grafica, fotografia…) che vantavano già una buona stregua di seguaci sul web. L’album che ne risulta raggruppa opere d’arte più o meno famose, rivisitate con lo stile dell’ultima collezione dell’azienda fiorentina: Gucci Blooms e Gucci Caleido. Tra i miei preferiti il profilo @copylab, che trovo geniale. Questa di Gucci non è altro che la semplice narrazione di storie diverse accomunate dal mezzo social, strumento che non vincola la libertà creativa e anzi, permette a tutti di avvicinarsi alle aziende e sentirle un po’ più “proprie”.

Ma gli hashtag si prestano bene anche per la realizzazione e diffusione di campagne che, nate tra i privati, raggiungono e coinvolgono importanti organizzazioni al fine di sensibilizzare e diffondere messaggi importanti. È quello che è successo, a una mamma bolognese, Miriam Maurantonio, che tramite l’hashtag #ioVaccino ha voluto dire la sua a proposito del notevole calo della copertura vaccinale in Italia. Il messaggio della giovane donna è riuscito a coinvolgere anche Unicef Italia ed ha portato alla creazione di una vera e propria raccolta firme che ha registrato, ad ora, numerose adesioni.

Gli esempi riportati, spaziando tra iniziative di privati e strategie aziendali, sono un rimando alle enormi potenzialità che il mondo social offre alle aziende, piccole, medie o grandi che siano. Per questo gli hashtag entrano a tutto diritto a far parte degli strumenti di marketing imprescindibili per le imprese.