Negli ultimi anni c’è stato un crescente interesse nello studio di nuove tecniche per collegare fra loro spazi reali e virtuali. Sono scaturiti nel tempo una varietà di concetti di “realtà” diverse da come la conosciamo: realtà virtuale, realtà aumentata, realtà mediata e le loro tecnologie di supporto sono emerse nel campo del design e della comunicazione assumendosi il compito di sostituire o fondere il nostro mondo fisico con il mondo digitale.

La filosofia condivisa alla base di questi concetti è portare il mondo virtuale dei computer nel mondo fisico dell’attività umana quotidiana.

Digitalizzazione forzata ed emergenza sanitaria

L’emergenza sanitaria di quest’anno ha forse esacerbato questa relazione dimostrando pregi e difetti di una digitalizzazione forzata nei nostri rapporti sociali. Una digitalizzazione purtroppo non così sofisticata, come invece era auspicabile viste certe tecnologie ormai “mature”, e che ha dimostrato quanto sia lunga la strada per connetterci in modo naturale grazie ai nuovi sistemi.
Videochiamate, Conferenze virtuali, Mostre ed Eventi in streaming, connessioni digitali e didattica a distanza sono gli esempi più palesi di un sistema di comunicazione basato su due sensi, vista ed udito, che presuppongono, per poter essere stimolanti, “modus operandi” e tecniche di comunicazione diverse da quanto accade nel mondo “reale”.

Ci troviamo quindi di fronte non tanto ad un concetto di realtà “trasposta” da un campo dell’esistenza all’altro, quello “digitale” e quello “materiale” quanto piuttosto ad una realtà più scarna: monca per la mancanza di tutti gli stimoli sensoriali necessari a viverla appieno.

Un controsenso quindi sostanziale: informatica e tecnologia, hardware e software, che, invece di “amplificare” la realtà e renderla anche solo semplicemente più interessante, la impoveriscono con l’alibi di renderla immediatamente “fruibile”. Uno dei problemi principali di questo genere di comunicazione è infatti relativo più al “percepito” che alle tecnologie con cui le informazioni vengono rese disponibili.

La debolezza di questi sistemi è legata oltre che alla smaterializzazione degli oggetti e dei sistemi ai quali siamo abituati nel quotidiano anche alla perdita di vista dei veri obiettivi di questo tipo di tecnologia: la comunicazione tra “persone” e non tra “device”. Un’evoluzione di questi sistemi “a distanza”, in futuro, non dovrebbe quindi esimersi dall’amplificare la realtà invece che ridurla.

Amplificare la realtà significa migliorare le proprietà percepibili di un oggetto fisico: utilizzando risorse tecnologiche aggiuntive, si possono sovrapporre proprietà virtuali, che in effetti non cambiano l’oggetto reale, ma piuttosto il modo in cui lo percepiamo o lo sperimentiamo. Ma questo deve essere fatto ponendo sempre, negli eventi organizzati online, la persona al centro della questione.
Ci deve essere sempre una correlazione tra azione e percezione, in caso contrario abbiamo un estraniamento delle persone che partecipano a questi eventi.

Se qualcosa ci sta insegnando questo periodo di forzato “smart working” per molte attività è che quando si maneggiano oggetti fisici, lo spazio in cui agiamo coincide con lo spazio da cui riceviamo feedback multisensoriale: possiamo vedere cosa facciamo, possiamo sentire il peso, l’odore e la consistenza di quanto abbiamo tra le mani.
Questo non è il caso della fruizione di contenuti digitali, dove c’è un’evidente separazione tra gli spazi di azione e di percezione. Gestire oggetti e concetti sempre più astratti fa parte dello sviluppo cognitivo di ogni individuo, tuttavia, l’ambiente e la materia rimangono importanti, poiché consentono la conservazione della memoria fisica di quanto appreso.

Quando la tecnologia di connessioni a distanza consentirà queste esperienze per tutti (e non saranno quindi riservate solo alle tecnologie avanzate della medicina e della robotica), allora forse avremo davvero superato questo impasse comunicativo.
Fino ad allora la fisicità degli oggetti e la diversità dei materiali saranno comunque fondamentali.
Io non credo ad un futuro asettico e incorporeo dove l’umanità sarà relegata in anonimi contenitori collegati virtualmente gli uni agli altri.

Nell’immediato futuro, saranno disponibili per tutti le tecnologie necessarie a favorire una migliore comprensione delle diverse realtà e questo non comporterà necessariamente un annullamento della parte “fisica” della nostra esistenza.

Abbiamo bisogno di stimoli multisensoriali

Seguo da diversi anni le questioni legate all’architettura virtuale ed alla comunicazione digitale: prendendo ad esempio la progettazione ed il design, è vero che si utilizzano sempre di più software e tecnologie all’avanguardia per l’analisi dei dati e la visualizzazione virtuale degli oggetti ma è pur vero che è ancora fondamentale cogliere le idee progettuali mediante schizzi e prototipi a basso costo.
E’ impagabile l’intuizione che scaturisce da un foglio di carta spiegazzato e che ci prefigura da subito il futuro progetto piuttosto che la visione sullo schermo del computer di un complesso disegno tecnico, seppur ricco di “data” e dettagli formali.

L’uomo ha bisogno di stimoli multisensoriali: la carta, in quanto elemento materico, è ancora un elemento essenziale della nostra capacità di rappresentazione.
Al di là degli innegabili vantaggi di un lettore come Kindle, ad esempio, e senza entrare in scontati romanticismi, sfogliare e leggere un libro stampato è ancora oggi un’esperienza più appagante rispetto ad accendere e spegnere un ebook reader.
Ecco perché i modelli più evoluti di questi device tendono sempre più ad imitare, dal punto di vista esperienziale, la lettura che si ha di un libro tradizionale.

Questo anno di crisi sanitaria mondiale ha sicuramente cambiato la nostra realtà: alle limitazioni che ci sono state imposte, la tecnologia è corsa in nostro aiuto mettendo a disposizione diversi strumenti digitali e soluzioni per “ovviare” (ma non per risolvere) la mancanza di contatti sociali.

Ma, non dimentichiamoci, che questa emergenza finirà e che avremo ancora bisogno di sentire, ascoltare, toccare e rapportarci fisicamente. Le persone avranno ancora bisogno di noi.

Michele Scarpellini
DIRETTORE CREATIVO