Il carattere non è solo un carattere: perché i font influenzano la nostra percezione

Alcuni libri non aggiungono semplicemente nuove informazioni.
Ti insegnano a osservare.

Questo articolo, ve lo dico subito, è un omaggio "de core" a una delle menti più brillanti della comunicazione italiana.

Se non conoscete Annamaria Testa, spero che queste righe vi facciano venire voglia di scoprirla. Se invece avete già letto qualcosa di suo, probabilmente sapete perché è così difficile parlarne senza lasciarsi trascinare dall'entusiasmo. “Le parole sono importanti” recitava Nanni Moretti in Palombella Rossa, ma lo sono anche per come vengono scritte.

Il libro da cui parto è Le vie del senso[1]. In teoria dovrei consigliarvelo come lettura estiva, ma in pratica, vorrei usarlo come punto di partenza per parlare di qualcosa che incontriamo centinaia di volte ogni giorno senza quasi mai farci caso: i caratteri tipografici.

Perché un font non serve soltanto a rendere leggibile un testo. Può farlo sembrare autorevole oppure improvvisato, elegante oppure economico, rassicurante oppure distante. Può cambiare il modo in cui interpretiamo un messaggio ancora prima di leggerne la prima parola.

Ed è proprio questo che rende la tipografia uno degli strumenti più potenti e sottovalutati della comunicazione visiva.

Il libro Le vie del senso di Annamaria Testa su una scrivania da studio grafico

Le vie del senso di Annamaria Testa[1] non è una lettura dedicata esclusivamente a chi lavora nella comunicazione e sarebbe sbagliato pensarlo come “un libro sui font”.

È un invito a riflettere su come costruiamo il significato attraverso immagini, parole, simboli e segni. Su quanto la nostra interpretazione della realtà dipenda da elementi che raramente analizziamo in modo consapevole.

Il libro scorre veloce, e dopo una parte iniziale dove, con la sua riconoscibile grazia, ci rende le cose complicate molto semplici da capire, il testo gioca con una singola frase “Buona giornata oggi” per raccontarci come, segni grafici e caratteri, influenzino la percezione ed il linguaggio stesso. Insomma, come dire cose opposte, con le stesse parole.

Perché se colori, fotografie e composizione grafica influenzano il modo in cui interpretiamo un messaggio, anche il carattere con cui quel messaggio viene scritto partecipa alla costruzione del suo significato. E lo fa molto prima che iniziamo davvero a leggere.

Prima leggiamo la forma, poi le parole

Siamo abituati a pensare che il contenuto di un testo risieda esclusivamente nelle parole. In realtà il nostro cervello elabora molte informazioni ancora prima di comprenderne il significato linguistico.

La forma delle lettere, il loro ritmo, gli spazi, il peso visivo e persino il modo in cui occupano la pagina costruiscono un'impressione iniziale. È un processo estremamente rapido, quasi automatico, che deriva dall'esperienza accumulata negli anni e dalle associazioni culturali che abbiamo interiorizzato. Un font, quindi, non è un semplice contenitore del testo. È parte integrante del messaggio. Possiamo considerarlo il tono di voce visivo di ciò che stiamo leggendo.

Caratteri tipografici in legno usati per la stampa a caratteri mobili

Le parole possono rimanere identiche. La percezione cambia completamente.

Provate a immaginare alcuni casi. Un invito a un matrimonio composto con un carattere pesante, squadrato e aggressivo. L'insegna di uno studio notarile realizzata con un font che ricorda la scrittura dei cartoni animati.

Insegna di uno studio notarile con un font che ricorda la scrittura dei cartoni animati

Una casa di alta gioielleria che utilizza un carattere tipografico identico a quello di un volantino del supermercato.

Vetrina di un'alta gioielleria con insegna scritta in un font informale e arrotondato

Il testo rimane esattamente lo stesso.

Quello che cambia è la fiducia che trasmette, l'eleganza percepita, la professionalità, la credibilità, perfino il valore economico che attribuiamo a ciò che stiamo osservando.

Non è un caso se, osservando un marchio per pochi secondi, riusciamo già a immaginare a quale settore appartenga, quale pubblico voglia raggiungere e quale fascia di mercato desideri occupare. Anche quando non ce ne accorgiamo, stiamo interpretando il linguaggio della tipografia.

La scelta dei caratteri non è solo una questione di gusto

Nel mondo della grafica si sente spesso dire che "quel font mi piace" oppure "quel carattere non mi convince". La preferenza personale ha certamente il suo peso, ma non basta a spiegare perché alcune scelte funzionino meglio di altre.

Diversi studi nell'ambito della psicologia cognitiva e della percezione hanno mostrato che la tipografia influenza la leggibilità, il senso di affidabilità, la facilità con cui elaboriamo le informazioni e perfino il giudizio che formuliamo sul contenuto di un testo.

È il principio della processing fluency: quando un messaggio risulta semplice da elaborare dal punto di vista percettivo, tende a essere considerato più chiaro, più credibile e, in alcuni contesti, persino più vero.

La scelta di un carattere tipografico, quindi, non appartiene soltanto all'estetica. Coinvolge il modo in cui il nostro cervello interpreta ciò che ha davanti.

Cartello stradale di stop, esempio di font riconoscibile all'istante

Ogni font racconta una personalità

Sapete perché si dice “font”? La parola inglese font deriva dal francese medio "fonte", che significa letteralmente "fusione" o "oggetto fuso" (dal verbo fondre, cioè fondere). All'epoca della stampa tipografica manuale, ogni singola lettera, numero o segno di punteggiatura doveva essere fisicamente espresso da un blocchetto di metallo (una lega di piombo, stagno e antimonio). Poiché tutti i caratteri di un determinato stile e dimensione venivano fusi insieme nella stessa colata, l'intero set di caratteri prese il nome di font (o "fount" in inglese UK).

Caratteri tipografici in legno usati per la stampa a caratteri mobili

Comunque, non serve molta teoria per capire come ogni carattere abbia un proprio modo di esprimersi, basta pensare ai grandi marchi. Molti brand del lusso utilizzano caratteri serif raffinati perché evocano tradizione, esclusività e prestigio.

Numerose aziende tecnologiche hanno progressivamente adottato font sans serif geometrici, più essenziali, capaci di comunicare innovazione, semplicità e accessibilità.

Anche le pubbliche amministrazioni, negli ultimi anni, hanno iniziato a prestare maggiore attenzione alla leggibilità, scegliendo caratteri progettati per facilitare la lettura sia sulla carta sia sugli schermi.

Naturalmente nessun font possiede un significato universale. E per Voxart ragionare su questa tematica è il pane quotidiano: il font è figlio stesso dell'archetipo che abbiamo individuato per il nostro cliente. È solo analisi, nessuna improvvisazione.

È infatti il contesto a determinarne la forza comunicativa. Quando ideiamo o scegliamo un font per un cliente, lo stiamo facendo espressamente per lui, non lo peschiamo tra i caratteri di moda oggi.

E proprio per questo la scelta tipografica non dovrebbe mai essere lasciata al caso.

Un font non si sceglie alla fine di un progetto

Nella pratica, purtroppo si vede spesso il contrario. Si definisce il logo, si realizzano i materiali, si costruisce il sito e soltanto negli ultimi passaggi qualcuno domanda quale carattere utilizzare.

È un approccio che riduce la tipografia a una rifinitura estetica. In realtà dovrebbe accadere l'opposto.

Il carattere tipografico è uno degli strumenti con cui un brand costruisce la propria identità. Deve essere coerente con la personalità dell'azienda, con il pubblico a cui si rivolge e con il modo in cui desidera essere percepita.

Per questo, in Voxart, la scelta di un sistema tipografico non nasce mai da una preferenza personale. È una conseguenza dell'analisi strategica del brand e del linguaggio che deve esprimere.

Bozzetti di progettazione di un logo con studio del carattere tipografico

Dopo questa lettura sarà difficile non farci caso

È questo, probabilmente, il merito più grande di “Le vie del senso[1]. Non offre soltanto riflessioni sulla comunicazione ma allena ad osservare.

Dopo aver chiuso il libro, un'insegna, una confezione, un sito web, il menu di un ristorante o il cartello di una stazione non sembrano più oggetti neutri. Diventano sistemi di segni che parlano continuamente, spesso senza che ce ne rendiamo conto (ma di questo parleremo nell'articolo di Agosto).

E tra tutti quei segni, anche un semplice font smette di essere un dettaglio grafico. Diventa una scelta di significato.

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Michele Scarpellini
DIRETTORE CREATIVO

[1] Annamaria Testa, Le vie del senso, Garzanti, 2004


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